Ieri m’è venuto un groppo in gola. M’è venuto assistendo al concerto di Franco Battiato con Alice.

Lei essenziale, vestita di bianco, lui si fa precedere da una panca ricoperta da un tappeto persiano. E là sopra ci sta seduto sorseggiando da una tazza tra una canzone e l’altra (una tisana?) e quelli che volano come Aladino sono gli altri.

M’è venuto un groppo in gola perché per la prima volta mi sono reso conto che il mondo che ha sempre cantato si sta sgretolando intorno a noi. Ed era un mondo romantico, quindi reale (altrimenti è solo fantasia), pieno di diversità, di colori e lingue diverse. Un mondo affollato a Tunisi per le vacanze estive, con gli studenti di Damasco vestiti tutti uguali, di dervishi, di guardie rosse e vecchie coi rosari. E potevi immaginare di passare da un mondo all’altro viaggiando su un treno, assaggiando un po’ di qua e un po’ di là, fumando sigarette turche con contrabbandieri macedoni.

Così le sue canzoni sono diventate se possibile ancora più politiche e ti senti costretto nei tuoi piccoli confini, non per particolari impedimenti materiali, ma perché sembra che quei mondi siano sempre meno disposti a scambiarsi culture ed emozioni. Che poi è pure peggio.

Canta “Povera Patria” e la gente sottolinea tutti, ma tutti i punti chiave con gli applausi e vedi gli occhi lucidi intorno a te. “Ma sì, cambierà”. Alla fine la gente non ce la fa più a stare seduta sulle sedie della cavea e donne e uomini di tutte le età si affollano sotto il palco a cantare a squarciagola “Bandiera bianca” e lui si alza. Il servizio d’ordine viene preso in contropiede e si scambia istruzioni via radio.

Alla fine lascia la tisana a una signora che si sbraccia sotto il palco e si allontana, mentre si accendono le luci e puoi uscire ascoltando in sottofondo musica finto rock.

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