Caro Giovi, odio i consigli di vita e i guru del to-do, ma pare io debba darti consigli e lezioni aggratis. Allora eccone una. Questa lezione me la insegnò il mio primo capo e lui la ricevette a sua volta dal suo.

Lì per lì non la capii, ma ce l’ho ancora stampata in testa e ultimamente ci penso sempre più spesso. “Il lavoro si vede”.

Il capo me lo diceva quando avevo fatto qualcosa di fretta o con poco entusiasmo. E io, che non lavoravo con le mani ma con la testa, mi chiedevo che cavolo volesse vedere. Ho fatto quello che serviva, no? Eccolo lì. Ma non è questione di tecnica, non basta l’onestà, non è solo rigore. E’ metterci parte di te stesso. C’è il rischio di strafare, di metterci troppo, di dimenticarsi che “è solo lavoro”. Questa parte della lezione la sto ancora imparando, quindi non posso insegnarti ancora nulla. Ripassa fra una quarantina d’anni, tanto sarò ancora lì a traccheggiare per pagare la tua pensione.

Intanto, nei compiti a casa, nelle ricerche alle superiori, nelle tesine all’università, nella gavetta sottopagata, nelle presentazioni e nelle relazioni ai consigli di amministrazione, nei progetti disruptive, nelle rivoluzioni digitali o culturali, pensa ogni tanto che l’esecuzione non è sempre la cosa più importante.

Se ti basi solo sulla performance, ti distruggi.

Il tuo lavoro potrà essere smontato, abbattuto, deriso o ignorato innumerevoli volte, ma succede solo se c’è qualcosa da abbattere o deridere o smontare: da questo si salva solo il nulla. Nonostante tutto, se ci avrai messo del tuo, ti guarderai in faccia con i tuoi colleghi, o allo specchio, e ti dirai che “il lavoro si vede”.

E si vede.

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