Quando siamo diventati grandi noi, i genitori ci hanno dato le chiavi di casa. Oggi probabilmente il momento simbolico dell’autonomia dei ragazzi è la consegna di un tablet o di uno smartphone tutto loro. Noi resisteremo il più possibile, perché so che là fuori c’è la vera giungla.
Prima diventavi grande quando sapevi gestirti lo stare dentro da solo. Oggi devi essere abbastanza maturo da saper gestire in autonomia il fuori.

Sarà una coincidenza, ma negli ultimi 10 giorni almeno in tre persone mi hanno chiesto un parere sul videogioco del momento, Fortnite, in cui i ragazzi giocano insieme in rete e dal quale pare difficile staccarsi. Forse perchè ho scritto un post recentemente sullo slang che usano i ragazzi, o forse per via del lavoro che faccio: quando dico che realizzo siti web, poi mi chiedono di sistemare la stampante (litigo tutti i giorni pure con la mia, figuriamoci), o se posso consigliare quando i siti di booking fanno le migliori offerte per New York (e se lo sapevo ero già partito!). Io spiego che non sono un tuttologo digitale. Anzi, so solo di non sapere. Più vado avanti, più invecchio, e meno ne so, meno sono pratico, meno mi ritrovo, meno mi identifico. So solo che c’è molto da monitorare, controllare e regolare, ma se pensate che il problema sia Fortnite, secondo me vi sbagliate.

Per dire: tempo fa Spotify mi ha consigliato una canzone che si chiama “Martina la vagina”, cantata da un tale Max Felicitas, pornostar tricolore, che ha imbarazzato persino uno grande e grosso come me. Non è che Spotify sia stato mai al centro delle mie attenzioni educative, uno pensa che almeno dove si ascolta musica sia un posto tranquillo. Mio figlio a nove anni avrebbe potuto ascoltarla dopo aver sentito l’innocuo Rovazzi o Daniele Silvestri, e mi avrebbe fatto delle domande. Ma se vado a vedere la playlist di mio figlio, il 10% di canzoni sono marcate come “Explicit”. Non è che io posso fare il censore a tempo pieno nella vita, vuol dire che devo affrettarmi a dargli gli strumenti per capire quello che incontra, perché lo incontrerà prima di quanto l’ho fatto io.

Un altro confronto: quando eravamo ragazzi noi, più o meno si controllava quello che entrava in casa, quello che acquistavi fuori: un disco, un giornaletto, un libro, un film. Era fisico, si vedeva, si trovava per casa. E oggi?
Secondo me l’economia attuale, quella digitale, sta puntando molto sui nostri ragazzi: sono più facili da allettare e convincere, spendono soldi che ancora non si sudano, in modalità che i genitori non capiscono più. Come una skin su Fortnite: sapete concepirla, voi adulti?
Speriamo non succeda lo stesso anche con l’informazione e la cultura.

La nostra generazione è come la famiglia di Lost in Space: siamo arrivati su un pianeta grazie ad una tecnologia eccezionale, ma secondo me ancora non abbiamo ben chiaro dove siamo e quali pericoli ci sono; dobbiamo aspettare che uno dei famigliari torni a casa senza un arto per renderci conto del casino in cui ci siamo cacciati. Magari quell’arto è un pezzo di libertà, di indipendenza, o democrazia.
Quindi alla fine siamo anche la generazione che ha le frustrazioni più grandi, i lavori più precari che in passato, un tenore di vita più modesto, diventiamo genitori da più vecchi, mettiamoci pure un pianeta ostile tutto intorno per i nostri figli.
Non c’è che dire, stiamo andando bene.

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